Salta al contenuto principale
astratto
INSIEME,
troviamo soluzioni
 
comprimi barra di ricerca

La guerra è un fardello per l’economia, ma è un’Italia malata di “fiscocrazia”

Il conflitto in Medio Oriente ha frenato di netto un andamento congiunturale positivo e rischia di costare quasi mille euro a famiglia nel biennio, ma il rallentamento della crescita dipende da fattori strutturali interni all’opera da decenni

15/04/2026 da Ufficio stampa

ROMA - Il conflitto in Medio Oriente, con la relativa fiammata dei prezzi energetici, non solo hanno velato di incertezza l’andamento del quadro economico ma hanno frenato di netto un andamento congiunturale positivo, con inflazione contenuta all’1,5%, consumi e Pil in crescita e occupazione ai massimi. Il rischio è la riduzione di reddito disponibile e consumi, con questi ultimi che nello scenario più negativo potrebbero ridursi fino a 963 euro a famiglia nel biennio 2026-2027, con effetti su crescita e occupazione. Quanto al Pil, sempre nello scenario peggiorativo, potrebbe crescere appena dello 0,3% nel 2026 e  dello 0,4% l’anno successivo. È questo lo scenario indicato dall’Ufficio Studi di Confcommercio nell’analisi “La scommessa della crescita per superare la crisi” (link alla ricerca completa in pdf), presentata nel corso della conferenza stampa che aperto a Roma la venticinquesima edizione del Forum Confcommercio "I protagonisti del mercato e gli scenari per gli anni 2000".

Dallo studio emerge comunque un cruda verità: il rallentamento della crescita dell’Italia non dipende da shock internazionali ma da fattori strutturali interni all’opera da decenni. Dopo il boom economico, infatti, la crescita è andata progressivamente crollando: dal +4,7% del periodo 1966-1980 si è scesi all’1,8% tra il 1981 e il 2007 fino  ad arrivare allo zero dell’ultimo ventennio, mentre la pressione fiscale è salita in 60 anni dal 25,3% al 42,2%, comprimendo investimenti e sviluppo. Senza interventi strutturali su fisco, lavoro, competenze e qualità della contrattazione, insomma, il rischio è quello di un nuovo decennio di stagnazione, con effetti permanenti su crescita, occupazione e coesione sociale, prospettiva che l’Italia non può certo permettersi.

Ma quali sono le cause di questo fenomeno? L’Ufficio Studi punta il dito soprattutto sulla “fiscocrazia”, ovvero l’eccesso di tasse e burocrazia che riduce l’orizzonte di crescita, penalizza l’innovazione e limita la propensione al rischio imprenditoriale. A questo si aggiungono tre fattori strutturali:

  • meno capitale per occupato;
  • contrazione dell’offerta di lavoro;
  • riduzione delle competenze.

A quest’ultimo proposito non si può non notare che il Paese ha perso circa 9 milioni di giovani under 30 rispetto agli anni ’80, con effetti diretti sulla capacità produttiva. Per contrastare il declino la chiave sarebbe l’aumento della partecipazione femminile al lavoro: un rialzo fino alla media europea consentirebbe, infatti, circa 290mila occupate in più all’anno per il prossimo decennio. Accanto alla quantità, pesa sempre di più – appunto - la qualità del lavoro: le competenze crescono, ma a ritmo più basso della domanda delle imprese e l’obsolescenza professionale riduce produttività e capacità di adattamento del sistema economico.

In questo contesto, verrebbe da dire che per fortuna esiste il terziario di mercato, il vero motore dell’economia italiana: tra il 1995 e il 2025 ha creato infatti quasi quattro milioni di posti di lavoro, mentre industria e pubblica amministrazione hanno fatto segnare un calo. Il modello competitivo del Paese, insomma, è sempre più fondato sull’integrazione tra beni e servizi, il cosiddetto “Sense of Italy”, che rappresenta la principale domanda internazionale verso l’Italia.  Questo sistema, tuttavia, è indebolito da distorsioni interne come il dumping contrattuale: nel terziario circa 154mila lavoratori sono coinvolti in contratti meno tutelanti, con perdite fino a 8mila euro annui, assenza di welfare e effetti negativi sulla concorrenza e sulla produttività. Il fenomeno genera anche un impatto sulla finanza pubblica, con un minor gettito contributivo e tributario di circa 560 milioni nel 2025.